A volte basta un Sì
Per riformare la magistratura e rafforzare la sua autonomia ed indipendenza
Cari amici di Aletheia,
lo voglio dire chiaramente, a chiare lettere: voterò convintamente sì al referendum sulla giustizia.
Per trattare il tema qui, però, ho deciso di affidarmi a una persona più autorevole di me, con una grande carriera alle spalle nel contrasto all’illegalità: il Gen. Alessandro Butticé.
Butticé è Generale della Guardia di Finanza in congedo, primo militare presso le Istituzioni UE, dove, vincitore di concorsi, è stato dirigente della Commissione europea quale capo di diverse Unità, nonché primo portavoce dell’Ufficio Europeo per la Lotta Antifrode (OLAF).
Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, autore di varie pubblicazioni — tra le quali Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo — svolge oggi attività di volontariato istituzionale e costituzionale attraverso l’informazione.
Giornalista e opinionista indipendente, collabora con diverse testate nazionali ed estere, tra le quali: Aise, Formiche.net, Il Riformista, Start Magazine, Eurocomunicazione, L’Identità, Cultura Identità.
Buona lettura e buon voto!
Avanti tutta!
Nel dibattito pubblico italiano c’è una parola che ricorre spesso quando si parla di magistratura: indipendenza.
È una parola fondamentale, perché senza una magistratura indipendente non esiste Stato di diritto. Ma proprio per questo motivo dovrebbe essere usata con precisione e onestà, non come slogan.
Negli ultimi mesi, attorno alla riforma dell’ordinamento giurisdizionale (erroneamente chiamata «riforma della giustizia») si è sviluppato uno scontro molto acceso. Da una parte c’è chi sostiene che la riforma rappresenta un passo necessario per migliorare il funzionamento della giustizia, dall’altra chi la dipinge come una minaccia per l’autonomia della magistratura.
Come spesso accade in Italia, il confronto rischia di diventare ideologico prima ancora che giuridico. Eppure, la domanda di fondo è molto semplice: questa riforma rafforza o indebolisce l’indipendenza della magistratura?
Per rispondere seriamente, bisogna partire da un dato che molti addetti ai lavori conoscono bene, ma che raramente viene spiegato ai cittadini.
La magistratura non è un monolite.
È un’istituzione composta da migliaia di magistrati seri, preparati e dediti al proprio lavoro. Ma è anche attraversata, da decenni, da dinamiche correntizie che hanno progressivamente acquisito un peso sempre maggiore nella gestione delle carriere e degli incarichi, giudiziari e anche extragiudiziari (fuori ruolo presso ministeri, autorità, ed enti, nazionali ed internazionali).
Le correnti nacquero originariamente come luoghi di confronto culturale. Nel tempo, però, si sono trasformate – almeno in parte – in strutture organizzate di potere e clientela interni.
Lo scandalo emerso negli ultimi anni attorno alle vicende del Consiglio Superiore della Magistratura lo ha mostrato in modo evidente. Ma chi osserva «il sistema» da tempo sa che il problema non nasce ieri.
Già molti anni fa autorevoli osservatori descrivevano un meccanismo nel quale le appartenenze associative potevano incidere sulle nomine e sulle progressioni di carriera. Un sistema che, in alcuni casi, ha favorito logiche di appartenenza più che criteri meritocratici.
È su questo terreno che si colloca la riforma oggi al centro del dibattito, e sostenuta anche da tanti magistrati con la schiena dritta che hanno deciso di sfidare “il sistema”.
I suoi punti principali sono noti: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due distinti Consigli Superiori della Magistratura composti a sorteggio, e una nuova Alta Corte disciplinare.
Non si tratta di una rivoluzione dell’assetto costituzionale. La modifica alla Costituzione è limitata e precisa: riconoscere esplicitamente che la magistratura è composta da magistrati della carriera giudicante e da magistrati della carriera requirente.
È utile ricordare che la Costituzione non ha mai imposto l’unicità delle carriere. Stabilisce invece un principio essenziale: la magistratura deve essere autonoma e indipendente da ogni altro potere dello Stato.
Ed è proprio questo principio che dovrebbe guidare il giudizio sulla riforma. Ascoltando i sempre più numerosi magistrati che sostengono la riforma. Nonostante chiassosi e poco oggettivi interventi pubblici di magistrati che si oppongono.
La separazione delle carriere non nasce per indebolire la magistratura, ma per rafforzare la terzietà del giudice all’interno di un processo ormai strutturalmente accusatorio. Un giudice deve essere indipendente non solo dalla politica, ma anche — e soprattutto — dalle parti del processo. A cominciare dal PM, che oggi siede nello stesso CSM che è chiamato a promuovere, trasferire ed eventualmente sanzionare disciplinarmente il giudice che deve valutare le sue richieste.
Non è infatti un caso che il 95,05% delle richieste dei PM viene oggi accolto dai GIP (Giudice per le Indagini Preliminari). Molte delle quali sono misure restrittive della libertà personale, o investigative molto invasive, come sequestri, o intercettazioni telefoniche o ambientali. Poco importa che davanti ai tribunali, in appello o in cassazione, il 50% di quel 95% diverranno assoluzioni. Perché lo saranno dopo un calvario per indagati, e imputati e spese stratosferiche per lo Stato, inclusi migliori di euro per indennizzi di ingiuste detenzioni.
Allo stesso modo, la creazione di due distinti organi di autogoverno e di un’Alta Corte disciplinare mira a ridurre il peso delle dinamiche correntizie che negli anni hanno inciso sul funzionamento del sistema.
Chi si oppone alla riforma sostiene che queste modifiche possono aprire la strada a interferenze politiche.
È una preoccupazione legittima, che merita rispetto.
Ma proprio per questo il dibattito dovrebbe concentrarsi sui meccanismi concreti della riforma, non su slogan o paure astratte.
Un sistema istituzionale si valuta sulla base delle regole che introduce, non delle intenzioni che gli si attribuiscono.
La vera questione, in fondo, è un’altra: l’attuale sistema funziona davvero nel migliore interesse dei cittadini?
Perché la giustizia non è una questione corporativa. Non riguarda solo magistrati, avvocati o politici. Riguarda tutti.
Riguarda il cittadino, che aspetta anni per una sentenza.
Riguarda l’imprenditore, che vive nell’incertezza di un contenzioso infinito.
Riguarda chi è innocente e vuole essere giudicato rapidamente da un giudice imparziale.
Per questo le riforme della giustizia dovrebbero essere affrontate con uno spirito diverso: meno ideologico, più istituzionale.
Non come una battaglia tra poteri dello Stato, ma come una riflessione su come migliorare un servizio essenziale per la democrazia.
Sostenere questa riforma non significa delegittimare la magistratura. Al contrario, significa credere che le istituzioni, anche le più importanti, possano e debbano evolversi quando il contesto cambia e quando emergono criticità strutturali.
L’indipendenza della magistratura resta un pilastro irrinunciabile dello Stato di diritto.
Ma l’indipendenza non deve mai trasformarsi in autoreferenzialità.
E questo lo dico anche agli altri attori del «sistema» scoperchiato e denunciato da Palamara: pezzi della politica, dei media, delle forze dell’ordine e dell’avvocatura. Alcuni dei quali, grazie alla loro complicità — attiva o passiva — con quel sistema, hanno avuto utilità di carriera o clientelari, se non addirittura prettamente economiche. Bisogna avere il coraggio di riconoscerlo e dirlo chiaro e forte.
Perché la giustizia, in una democrazia, appartiene ai cittadini.
Ed è proprio nel loro interesse che il dibattito dovrebbe essere condotto con serietà, competenza e rispetto della verità.
Solo così sarà possibile rafforzare davvero la fiducia dei cittadini nella giustizia.
Ed è questa, alla fine, la riforma più importante di tutte.
