I partiti politici nascono dalle Culture Wars
Futuro Nazionale di Vannacci è il primo esempio
Le guerre culturali degli Stati Uniti non sono le nostre.
Con queste parole il cancelliere tedesco Merz prende le distanze dagli USA nel discorso di Monaco che ha fatto molto discutere l’opinione pubblica.
Questa frase ovviamente si inserisce in un discorso più ampio ma, tenendo da parte considerazioni di carattere geopolitico, la valutazione di Merz sull’importazione delle culture wars americane è perfettamente condivisibile.
Eppure in Italia, ormai da tempo, molte delle questioni che occupano l’opinione pubblica rientrano proprio in questa categoria. I talk show serali ne sono pieni (con un conseguente aumento dello share), decretando di fatto un’assenza di dibattito su temi più dirimenti.
Il king della culture war in Italia è Giuseppe Cruciani che, tutte le sere, nel suo editoriale a La Zanzara, seleziona accuratamente le notizie affinché generino rabbia in chi ascolta. Non posso negare di essere anch’io un ascoltatore.
Ma che cos’è precisamente una culture war? Lo European Centre for Populism Studies la definisce così:
La “guerra culturale” è il conflitto culturale tra gruppi sociali e la lotta per il predominio dei loro valori, credenze e pratiche. Si riferisce comunemente ai temi più controversi su cui esiste un disaccordo diffuso nella società e nei quali si manifesta una forte polarizzazione dei valori sociali. Il termine è spesso utilizzato per descrivere la politica contemporanea negli Stati Uniti, con questioni come l’aborto, l’omosessualità, la pornografia, il multiculturalismo e altri conflitti culturali basati su valori, morale e stili di vita, considerati le principali linee di divisione politica.
Ora, parlando del caso specifico italiano, alcuni temi citati sopra – come pornografia e aborto – non monopolizzano il dibattito. Tuttavia ce ne sono molti altri che lo fanno. E molti vengono dall’America.
Uno di questi è l’appoggio alle forze dell’ordine.
Il caso Rami lo ha mostrato chiaramente: non contano i fatti in sé. La condotta dei poliziotti è considerata corretta in ogni caso, oppure, al contrario, la polizia è sempre vista come violenta e abusiva. Ma i fatti devono essere interpretati dall’autorità giudiziaria, non dai propri valori.
La “thin blue line” rappresenta simbolicamente tutto questo. È una bandiera utilizzata dal movimento “Blue Lives Matter”, emerso nel 2014 come risposta a Black Lives Matter, e ha acquisito maggiore visibilità dopo l’uccisione degli agenti del Dipartimento di Polizia di New York Rafael Ramos e Wenjian Liu.
La bandiera è stata associata da alcuni a gruppi di nazionalismo bianco ed è stata vietata in diversi contesti istituzionali. In ogni caso, rappresenta una polarizzazione netta: pro o contro.
E qui entra in scena il Generale: “Io mi schiero sempre dalla parte delle forze dell’ordine”, aveva dichiarato. Sebbene affermi di non sostituirsi alla magistratura, il posizionamento è evidente, così come l’attacco a chi rifiuta questo schema. Frasi di memoria salviniana, anche se oggi tra i due non scorre più buon sangue.
La “famiglia nel bosco” è un altro esempio.
In Italia esistono leggi precise per normare casi di questo tipo. L’homeschooling segue regole definite e molte famiglie le rispettano. Basterebbe limitarsi a dire che quella specifica famiglia non ha rispettato la normativa. Invece si è subito aperto uno scontro ideologico: autonomia privata contro tutela pubblica, stile di vita alternativo contro rischio di derive settarie.
Vannacci, in questo caso, era intervenuto dicendo: “Non è questo il modo di togliere la paternità”, aggiungendo che “si dovrebbero guardare le baby gang e altre situazioni che nuocciono alla società”. È un’ambivalenza tipica delle culture war: da un lato si attacca lo Stato quando interviene nella sfera privata, dall’altro quando non interviene contro chi è percepito come “altro”.
Dall’altro lato dello spettro politico, Angelo Bonelli, leader dei Verdi aveva sostenuto: ‘‘La famiglia nel bosco ha idee verdi. Ma non si impongono ai bimbi. Mia figlia era introversa, la scuola l’ha trasformata e mi ha reso un papà felice’’.
Sebbene sia evidente che qui si stia semplificando il pensiero dei due politici, è chiaro che lo schema mentale a cui rispondono li posiziona su due posizioni contrapposte.
La culture wars semplificano la complessità.
Non a caso, anche in questo ambito esiste un simbolo: la Gadsden flag, con il celebre “Don’t tread on me”. Gli americani adorano le bandiere.
La Gadsden flag (“Don’t tread on me”) rappresenta l’idea di libertà individuale, diffidenza verso lo Stato e autodeterminazione. Non ha di per sé un’accezione negativa, ma è diffusa soprattutto negli ambienti libertari.
Questa bandiera ben descrive una faglia che si sta creando anche nella società italiana. Una frattura tra due Italie che non si parlano più: quella dei grandi centri urbani, dove lo Stato è visibile, e quella delle periferie, dove spesso la presenza pubblica è percepita come distante.
Esiste oggi un chiaro incentivo elettorale a intercettare queste dinamiche e tradurle in consenso. Non è un caso se crescono anche le forze che si collocano all’opposto, come AVS. Essere riconoscibili e immediatamente collocabili in uno schema mentale è diventato essenziale.
Futuro Nazionale si inserisce pienamente in questo meccanismo: nasce seguendo la forza mediatica di Vannacci, che tende a concentrarsi quasi esclusivamente su temi legati alle battaglie culturali. Inoltre è chiaramente riconoscibile: le sue posizioni su un determinato fatto possono essere intuite ancora prima di una presa di posizione pubblica, perché si collocano all’interno di uno schema ormai consolidato.
Non ci sono vie di mezzo, la complessità scompare. Sì Russia, no Russia; sì polizia, no polizia.
Al contrario, le forze moderate, che spesso evitano questi terreni, fanno più fatica in termini elettorali e di visibilità .
Forse le forze moderate non possono più permettersi di restare fuori da questi dibattiti, perché il rischio è che lo spazio pubblico venga monopolizzato da chi cerca lo scontro.
Voglio concludere tornando alle parole di Merz: queste guerre culturali non sono le nostre e dovrebbero restare lontane, dall’altra parte dell’Atlantico.
Avanti tutta italiani, non molliamo!




Grazie. Ottimo spunto di riflessione