La recente crescita di forze estremiste in Europa è sintomo di un malessere diffuso, che viene catturato da slogan semplici, immediati, diretti e spesso escludenti verso qualcuno.
Altri tempi rispetto a quelli in cui con uno slogan come “La force tranquille” di Mitterand si vincevano le elezioni.
Ora abbiamo AfD, Vannacci e chi più ne ha più ne metta. Lo sappiamo bene, inutile ripeterlo.
Spesso, tuttavia, gli analisti politici si fermano a metà del ragionamento e attribuiscono ogni colpa all’economia. Salari bassi, disoccupazione, inflazione.
Calo economico = peggiori condizioni di vita = rabbia = crescita dell’estrema destra (o dell’estrema sinistra).
Il problema di questa catena non è che sia falsa. È che le manca un anello. Uno stipendio che si assottiglia, un sussidio tagliato, una fabbrica che chiude non diventano un voto da soli: lo diventano quando arriva qualcuno che ti spiega di chi è la colpa, cosa ti è stato portato via e a cosa avresti diritto. Fra lo shock materiale e la scheda elettorale c’è sempre un racconto, e il racconto lo scrive qualcuno.
Le ricerche più solide misurano esattamente quel passaggio intermedio. Sull’austerità britannica, una ricerca pubblicata sull’American Economic Review ha ricostruito il percorso individuo per individuo: chi veniva colpito da una riforma del welfare cominciava ad accumulare arretrati sull’affitto e spostava il voto su UKIP dopo aver subito il taglio, non prima. La conclusione è che senza austerità il referendum del 2016 sarebbe probabilmente finito con una vittoria del Remain. Non perché i tagli valessero un pacchetto di voti, ma perché hanno riattivato rancori economici che erano lì da decenni.
Lo stesso schema emerge su scala continentale. Guardando le regioni europee dopo la Grande Recessione, si scopre che la disoccupazione si muove insieme al crollo della fiducia nei parlamenti nazionali ed europei — ma non insieme alla fiducia nelle altre persone e solo debolmente insieme all’ostilità culturale verso gli immigrati. La rabbia economica, insomma, si rivolge alle istituzioni, non al vicino di casa.
E sullo shock delle importazioni cinesi, nei distretti più esposti di quindici paesi dell’Europa occidentale l’elettorato si sposta a destra e verso la destra radicale — e reagisce in modo sociotropico: risponde a quello che è successo al proprio territorio, non solo alla propria busta paga.

La variabile che manca, quindi, è sociologica. È la capacità di far credere in un sogno.
Ho studiato al liceo scientifico e ricordo perfettamente che, una volta conclusi gli studi (non benissimo, per quanto mi riguarda), fummo tutti abbindolati sulla necessità di studiare qualcosa. Così, in uno degli ultimi giorni, si fece un tour de table per dire quale sarebbe stato il seguito del nostro percorso di studi.
Solo ora mi rendo conto che la domanda che ci fu posta era completamente sbagliata. La domanda giusta era: cosa sogni di fare, o di diventare?
La politica, con le sue scadenze, le sue costrizioni, i patti di stabilità, le sue paure, ha smesso di fare quella domanda. E non è un dettaglio sentimentale: quando i ricercatori provano a misurare cosa sposta il voto verso la destra o la sinistra radicale, quello che trovano non è il livello di reddito ma la traiettoria percepita. Spesso i politici, o i policymaker, si concentrano sui cavilli e perdono la dimensione d’insieme.
Un gruppo di ricercatori ha intervistato quasi ventimila persone in diciannove Paesi europei e ha misurato quella che chiamano privazione nostalgica: la sensazione che «la gente come me» abbia perso terreno — economico, sociale, di peso politico — rispetto a una generazione fa. Predice il voto populista in modo sorprendentemente stabile, a destra come a sinistra, a Est come a Ovest. E non serve essere poveri per sentirla.
Il pezzo più interessante è proprio questo: se si distingue il pessimismo sulla propria situazione personale da quello sul destino collettivo, si vede che è il secondo a fare la differenza. Si può stare benissimo e votare comunque per chi promette di riportare indietro l’orologio, perché quello che ti disturba non è il tuo conto in banca, è la direzione in cui pensi stia andando il paese. Il pessimismo sociale è la porta d’ingresso della nostalgia.
Le forze populiste funzionano, purtroppo, perché riescono a vendere un immaginario. Lo vediamo tutti i giorni sui social: la promessa di “tornare” a un futuro (che è passato) in cui staremo tutti meglio.
È vero, c’è un problema: oggi sognare e far sognare costa fatica. Avviare un’attività imprenditoriale di successo è molto complesso, per via dei cavilli burocratici sempre più numerosi e dei costi da sostenere. E non è una lagna da bar: nel rapporto Draghi si legge che oltre il 60% delle imprese europee considera la regolazione un ostacolo agli investimenti, e che per il 55% delle PMI gli ostacoli regolatori e il peso amministrativo sono il problema numero uno. Come se non bastasse, siamo costretti ad ascoltare podcast in cui settantenni raccontano di come hanno iniziato a produrre lavatrici pagando un capannone due sesterzi, una pera e tre banane.
Come può la politica restituire un sogno? Anzitutto non limitandosi a parlare di PIL, ma dando una prospettiva sul proprio pensiero che vada oltre la prossima scadenza trimestrale o elettorale.
Attenzione, però, a come si risponde. Contrapporre un immaginario a un immaginario è una gara che chi non ha vincoli di realtà vince sempre in partenza: può promettere qualunque cosa, non deve consegnare niente. È un’asimmetria strutturale, non una questione di bravura comunicativa: l’opposizione radicale gioca sulla promessa, il moderato al governo gioca sul consuntivo.
È un po’ la parabola del Melonismo: da forza dirompente a governo che ha fatto della stabilità e del rigore di bilancio il suo punto di forza. Allora, in quest’ottica, l’AfD fa un po’ meno paura. Bisogna vedere, poi, se arrivando al governo potranno davvero fare la remigrazione o avvicinarsi alla Russia. Ci ricordiamo tutti del blocco navale.
Allora il mio appello a chi crede in una politica moderata è questo: urlate ciò in cui credete. Esprimete le vostre idee, ma urlatele al mondo; siate pronti al dibattito, anche aspro e duro, e a contrapporvi con forza a chi ci vuole riportare in un mondo che non esiste più.
Ma attenzione a giudicare queste persone: sono spesso le prime ad avere paura.
Il giornalismo e la politica non stanno rispettando gli elettori di questi partiti estremisti. Eppure, questi elettori non hanno colpe, se non quella di non riuscire più a vedere un futuro davanti a sé. Ad aver fallito è la classe politica, che ha scaricato sulle persone il peso di cambiamenti che non sono stati condivisi né governati e che, in molti casi, hanno portato a un peggioramento concreto delle loro condizioni di vita.
Eppure c’è chi pensa che chi è arrabbiato e vota con la pancia debba pure sentirsi dire che è uno stronzo. Io direi che lo stronzo è chi pretende di avere sempre ragione.
Si fa una gran fatica a essere moderati, in quest’epoca. Credetemi.

