Tutti i politici dovrebbero essere ex lobbisti
La storia (inventata) di Claudio
Il titolo è volutamente provocatorio — ne sono pienamente consapevole — ma contiene un fondo di verità.
Spesso, infatti, accade il contrario: politici non eletti attraversano il meccanismo delle “porte girevoli”, passando dall’altra parte e mettendo a frutto le reti di contatti costruite negli anni.
Questa riflessione nasce in larga parte dalla mia esperienza personale: lavorando come lobbista a Bruxelles, è naturale che certe considerazioni emergano proprio da chi vive questa realtà quotidianamente.
Detto questo, è necessaria una precisazione. Un politico, prima di tutto, deve possedere basi solide: radicamento sul territorio, coerenza ideologica e una chiara capacità comunicativa. Sono elementi imprescindibili.
Su queste fondamenta, un’esperienza nel lobbying può rappresentare un valore aggiunto — un elemento distintivo che, come mostrerà la storia che segue, può fare davvero la differenza.
Buona lettura!
La storia di Claudio
Claudio (nome di fantasia) nasce in un piccolo comune di provincia, in Italia.
È un ragazzo con la testa sulle spalle: studia, si impegna nel mondo dell’associazionismo e si laurea. Terminato il percorso universitario, intraprende una professione tra quelle comunemente definite “normali”: può essere insegnante, impiegato o manager in una piccola azienda.
Accanto alla vita quotidiana, coltiva una grande passione: la politica.
Claudio dimostra presto una notevole capacità nel muoversi tra le dinamiche della politica locale, riuscendo anche a gestire con efficacia progetti infrastrutturali. È un consigliere comunale stimato, una figura affidabile all’interno del partito; così, alle elezioni regionali, viene candidato ed eletto.
Qualche anno più tardi, il suo partito cresce significativamente a livello nazionale e Claudio, forte di una militanza decennale, rientra tra i nomi considerati per un incarico a Roma.
E infatti, diventa deputato.
Sembra una storia perfetta. Ma fermiamoci un attimo.
Grazie alla sua esperienza sul territorio, Claudio entra a far parte della Commissione Ambiente.
In quel contesto si discute una proposta di legge che prevede il divieto di commercializzazione di un determinato materiale utilizzato nella caccia e nella pesca, rivelatosi cancerogeno e particolarmente dannoso per la fauna selvatica.
L’azienda X, preoccupata per le possibili conseguenze della normativa, si rivolge alla società di lobbying Y per avviare un’attività di advocacy. Si tratta di un’azienda molto nota, fortemente esposta anche a livello mediatico.
La società di lobbying decide quindi di contattare Claudio, considerato il suo ruolo rilevante all’interno della Commissione.
Claudio entra in difficoltà: non ha mai avuto esperienze dirette con la rappresentanza di interessi e si trova di fronte a un attore economico molto grande, sotto forte attenzione pubblica. Non sa come comportarsi.
FINALE 1
Spaventato, Claudio decide di non concedere l’incontro all’azienda X. In questo modo, però, impedisce all’azienda di esporre le proprie ragioni e si priva della possibilità di valutare quali elementi possano essere rilevanti — inclusi gli impieghi tecnici del materiale e gli eventuali impatti occupazionali di una sua messa fuori mercato.
FINALE 2
Colpito dai rischi evidenziati nel briefing ricevuto, Claudio finisce per non sostenere una legge equilibrata. Al contrario, la elabora di fatto insieme all’azienda X, instaurando un canale di interlocuzione privilegiato (seppur legale). Così facendo, però, viene meno al proprio dovere nei confronti dei cittadini. La vicenda emerge sulla stampa: Claudio viene duramente criticato e perde il seggio alle elezioni successive.
Cosa voglio dire con questa storiella?
Innanzitutto, che l’Italia dovrebbe dotarsi — e direi che è ormai urgente — di una legge sul lobbying, colmando un vuoto normativo che non giova a nessuno. Ma questo è un altro tema.
Ritornando alla storia di Claudio, proviamo ora ad immaginare uno scenario diverso. Claudio, nel suo percorso professionale, ha avuto anche un’esperienza nel lobbying, o nel cosiddetto public affairs. Magari una parentesi a Roma, Milano o Bruxelles.
In quel caso, saprebbe bene che ascoltare le aziende non è solo legittimo, ma necessario. Allo stesso tempo, avrebbe anche gli strumenti per leggere con spirito critico le loro posizioni: le imprese direttamente coinvolte tendono spesso ad amplificare gli effetti di una normativa — si punta alla luna, sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, si potrà comunque ottenere qualcosa.
Claudio, quindi, sarebbe stato in grado di distinguere: accogliere le istanze da ritenere fondate e respingere quelle meno convincenti.
In Italia, già il fatto che il termine “lobbista” abbia una connotazione negativa è indicativo, anche perché viene spesso confuso con figure che nulla hanno a che fare con quessa professione, come i faccendieri.
Eppure, la rappresentanza di interessi, quando esercitata in modo trasparente, è uno degli elementi che contribuiscono al buon funzionamento della democrazia.
Forse, se Claudio avesse avuto un’esperienza nel lobbying, non si sarebbe lasciato bloccare dalla paura e non avrebbe commesso errori.
Rappresentare interessi è un concetto ben noto a chi svolge questo lavoro. In politica, il principio è analogo: chi esercita una funzione pubblica è chiamato a rappresentare i cittadini, che sono in fondo i veri “mandanti” del potere politico, avendolo conferito attraverso il voto.
Questa riflessione richiama anche un’idea che ho sentito esprimere più volte da Enrico Letta. In sostanza: la politica come carriera esclusiva è sempre meno sostenibile; è importante costruirsi prima una propria competenza professionale. Anche per essere davvero indipendenti, non solo politicamente ma anche economicamente.
E allora viene spontaneo chiedersi: perché non proprio il lobbying?

