Una nuova filosofia politica per l'Europa
Europeismo e Atlantismo sono categorie superate
Mi sono preso un periodo di pausa; se a qualcuno è dispiaciuto, mi scuso.
Però mo’ so’ turnat, come dice Liberato.
Lo spunto nasce da un mio amico, che ringrazio: a seguito di uno scambio di opinioni sul presente, se ne esce con una frase secca: “Abbiamo bisogno di una nuova filosofia politica in Europa, altrimenti siamo finiti.”
E quindi mi sono chiesto: è corretto dire “nuova” filosofia politica? La Treccani definisce la filosofia politica come lo studio dei principi e delle idee fondamentali che regolano la convivenza civile, indagando concetti come potere, giustizia, libertà e Stato, con radici nell’antichità (Platone, Aristotele) e sviluppi moderni (liberalismo, Rawls).
Ci ho riflettuto e, sì: specialmente se pensiamo al confronto con l’America (lasciando da parte la Cina). L’Europa non sta davvero indagando su come debba regolare la propria convivenza civile: si sta barcamenando da un’emergenza all’altra. E tutto ciò, appunto, perché mancano le basi di fondo.
Inoltre: siamo sicuri che le categorie che usiamo siano ancora corrette? Gli schemi mentali che stiamo usando sono obsoleti e le nostre dottrine politiche fanno riferimento a fratture della società che contano sempre meno (o che comunque non spiegano più tutto).
Quello che stiamo vedendo negli USA, invece, è relativamente chiaro: è anche il frutto di una riflessione politico-filosofica sull’avvenire da parte di un pezzo di quella che oggi è la classe dirigente del Paese.
Alcuni lo chiamano “tecnocesarismo”, “tecnodestra”, “tecnofascismo”, ecc.
Andrea Venanzoni dà una definizione di tecnodestra nel suo omonimo libro: «Non è forma ideologica, ma prassi ricombinante che assomma e sintetizza modi, idee diverse, stili, sospesi tra alta tecnologia e politica, funzionalmente protesi alla comprensione di un presente accelerato». L’ottimo articolo di Pandora lo racconta più dettagliatamente.

In questo connubio nuovo fra Silicon Valley e MAGA si ravvisano alcune caratteristiche (con le dovute semplificazioni):
Anti-“woke” e anti politiche green, in opposizione al “vecchio modello” UE
Avversione alla regolazione di piattaforme e AI (e, più in generale, all’accountability delle Big Tech), con scontro con modelli regolatori “tipo UE” e quindi supporto al cosiddetto free speech
Forte legame tra aziende tech e governo, anche attraverso sussidi e barriere in ottica “imperialista” che si riflette in una politica estera aggressiva
In alcuni settori, preferenza per una “politica muscolare” che riduca pesi e contrappesi, come il DOGE o il rafforzamento dell’Agenzia ICE
Ora, senza incentrare totalmente questo pezzo sugli USA (di parole in giro se ne leggono già tante), cosa possiamo dire sull’Europa e sull’Italia?
Da quale riflessione dottrinale nasce il dirigismo su transizione ecologica e digitale che ha caratterizzato l’Unione Europea negli anni precedenti all’ultima tornata elettorale (e che continua, latente)? A chi ha beneficiato?
Non mi risulta che ci si sia davvero chiesti se siamo disposti a non avere peso sullo scenario globale perché le nostre politiche sulla concorrenza fanno sì che le nostre aziende restino minuscole (rispetto a quelle USA) e che alcuni settori siano cronicamente sottosviluppati per via di vincoli troppo stringenti.
I maggiori Paesi dell’UE — Italia inclusa — continuano a usare il golden power non appena temono acquisizioni di asset da altri Paesi UE. Ed è così che restiamo irrilevanti.
Vogliamo o no che alcune nostre aziende diventino il braccio armato difensivo dell’Europa? E fino a che punto siamo disposti a finanziarle per diventarlo?
In termini geopolitici è vero: restiamo una provincia degli Stati Uniti e, come tali, possiamo avere solo un ruolo secondario. Ma l’atlantismo è ancora una categoria corretta per definire il posizionamento politico (lo è mai stata davvero?)? Alla luce degli ultimi sviluppi, non credo lo sia più.
E badate bene, anche le amministrazioni democratiche non è che la pensassero molto diversamente da Trump sul tema di chi comanda chi. Certo, non sono andate alla ricerca della frattura. Ma un solo sole può splendere nel cielo — ed è chiaro.
Sulla libertà, penso ci sia un accordo di fondo: nessuno vuole forzature dello stato di diritto per ottenere maggiore sicurezza o un raggiungimento tempestivo di risultati. Nessuno vuole un regime change in chiave tecno-autoritaria solo perché la nostra epoca è invasa dal caos. D’accordo.
Ora però, se parliamo d’Europa, perché si continua a ragionare solo in termini di europeismo vs nazionalismo? Siamo sicuri che oggi esista un solo concetto di europeismo?
L’obiettivo dell’europeismo è solo una maggiore integrazione, o anche il miglioramento del benessere degli individui? Onestamente, senza questa seconda parte, io non mi sento di essere europeista. Il dirigismo verde ci ha migliorato la vita? Per ora ho visto soprattutto chiusure aziendali.
La parola “Europa” non dovrebbe nemmeno essere inclusa in questi termini. Avete mai sentito qualcuno nel dibattito USA parlare di “americanismo”? Oltre a essere italiani, siamo tutti europei.
Una domanda più centrata potrebbe essere: vogliamo un’alleanza di Stati in grado di proiettare una politica di potenza, o vogliamo solo coordinarci su alcune politiche specifiche? Ecco, onestamente, vedere questo dibattito nei vari Parlamenti non mi dispiacerebbe affatto.
Paradossalmente, il settore da cui avremmo dovuto iniziare — la difesa comune, grande battaglia di De Gasperi — fatica ancora a vedere la luce. Sono evidenti i vantaggi di stare insieme con un esercito unico. Certo, un dilemma rimane. Chi sarebbe il capo di quest’esercito? 404 file not found.
Au revoir!

