Basta leaderismo, torniamo ai simboli
Nell'epoca delle meteore, forse è il momento di tornare a qualcosa che non tramonta
Una volta li chiamavamo leader politici. Qualcun altro, oggi, li ha ribattezzati meteore. E forse non a tutti i torti. Nell’epoca dell’iper-accelerazione, gli esseri umani non riescono più a tenere il passo: figuriamoci chi si ritrova ogni giorno sotto i riflettori, chiamato a dire qualcosa su tutto, subito, senza esitazioni.
Ci aspettiamo quotidianamente una dichiarazione sugli argomenti di attualità, come se prendere posizione fosse una questione di secondi. Ma non può essere così. La politica deve certamente saper agire con rapidità, ma almeno lasciamole il tempo di pensare.
Quanto è breve la vita di una meteora
Il problema è che “meteora” non è una metafora: è una curva che si può disegnare con i numeri.
Prendete Matteo Renzi. Alle elezioni europee del 2014, il Partito Democratico da lui guidato raggiunse il 40,81%, la percentuale più alta mai ottenuta da una lista italiana in un’elezione su scala nazionale dal 1958. Due anni e mezzo dopo, nel dicembre 2016, perdeva il referendum costituzionale (59,1% di No contro 40,9% di Sì) e si dimetteva da presidente del Consiglio. Oggi il suo partito, Italia Viva, naviga a cifre irrisorie. Dal trionfo all’irrilevanza nel giro di pochi anni, con lo stesso volto al centro della scena.
La stessa parabola, identica nella forma, l’ha vissuta Matteo Salvini. Alle europee del 2019 la Lega toccò il 34,26%, il miglior risultato della sua storia, primo partito d’Italia. Alle politiche del 2022 era già crollata sotto il 10%, e alle europee del 2024 si è confermata intorno all’8-9%. In cinque anni ha dilapidato i tre quarti del proprio consenso, in buona parte assorbito da Giorgia Meloni.
Due leader diversi, due aree politiche opposte, la stessa fisica: salita verticale, picco abbagliante, caduta altrettanto rapida. Quando l’identità di un partito coincide con un volto, la sua durata coincide con la fortuna mediatica di quel volto.
Il partito è diventato una persona
La verità è che decidere nell’epoca del leaderismo è diventato molto complicato, soprattutto per chi occupa ruoli intermedi. Ogni scelta rischia di trasformarsi in una scommessa, nella speranza che il vertice non la smentisca il giorno dopo. In assenza di ideologie solide, simboli condivisi e strutture di pensiero partitiche, la decisione viene spesso dettata dalla sensibilità del leader di turno.
Non è solo un’impressione: è una categoria che i politologi usano da tempo. Mauro Calise ha definito “partito personale” quella formazione in cui le scelte chiave — candidature, programmi, alleanze di governo — sono assunte personalmente dal leader, e in cui la carriera del leader stesso diventa la missione principale dell’organizzazione. Non a caso si dice “la Lega di Salvini” e “il PD di Renzi”. I Fratelli d’Italia sono i Meloniani. Già nel 1995 Andrea Manzella parlava di “partito-taxi”: una struttura leggerissima il cui unico scopo è far transitare il capo dalla segreteria al governo, a prescindere da programmi di lungo periodo e da identità durevoli.
È qui che nasce il cortocircuito. Se tutto dipende dalla persona, tutto diventa fragile: la linea politica, la comunicazione, la gerarchia interna, persino il senso di appartenenza. Il leader non è più soltanto il volto di una comunità politica: diventa il contenitore stesso del partito. E quando il contenitore è umano, inevitabilmente porta con sé contraddizioni, stanchezza, limiti, cambiamenti d’umore, convenienze del momento.
Questo meccanismo è reso ancora più disfunzionale dall’accentramento di potere che ne deriva. I leader oggi sono spesso, contemporaneamente, presidenti, ministri, segretari di partito, capi comunicazione, garanti dell’identità, interpreti della linea e protagonisti mediatici permanenti. Ma come è possibile adempiere davvero a tutti questi compiti insieme? Semplicemente, non lo è. E la pretesa di commentare tutto, subito, è la trappola che trasforma un leader in meteora: ogni dichiarazione affrettata è un debito che prima o poi si paga.
E allora la domanda è: se tornassimo ai simboli? Se tornassimo a una costellazione di idee, immagini, appartenenze e riferimenti capaci di durare oltre il singolo volto?
Qualcuno mi accuserà di nostalgia, e forse un po’ nostalgico lo sono. Però i dati sulla partecipazione parlano chiaro. Davanti a una crisi così profonda della partecipazione, ogni proposta merita almeno di essere discussa.
Quanto erano belli i vecchi volantini
E poi diciamolo: quanto era potente la vecchia grafica politica fatta di segni, colori, animali, fiori, mani, scudi, soli, stelle, bandiere, libri, fabbriche, campi e orizzonti? Non erano solo immagini. Erano piccoli manifesti filosofici. Dicevano: “Noi veniamo da qui, crediamo in questo, andiamo in quella direzione”.
E avevano una storia densa. Lo scudo crociato della Democrazia Cristiana non era, come spesso si crede, un simbolo religioso, ma un emblema di matrice medievale. La falce e martello del PCI fu ridisegnata dal pittore Renato Guttuso. E quando Achille Occhetto, dopo la caduta del Muro, dovette traghettare il partito verso un nuovo nome, la scelta del simbolo — la Quercia — fu affidata al grafico Bruno Magno, che la descrisse così: è l’albero, non un albero. Un’immagine pensata per evocare un’idea condivisa, non una persona. C’era una tale densità di significati che, raccontano, il PCI correva letteralmente a depositare per primo le liste, per assicurarsi il proprio simbolo in alto a sinistra sulla scheda ed evitare imitazioni.
Un simbolo è un’astrazione, certo, ma proprio per questo ha una forza particolare: non invecchia come un volto, non inciampa come un essere umano, non è costretto a commentare ogni fatto di cronaca. Può contenere una storia, evocare una comunità, indicare una direzione. È più stabile, più sobrio, più largo della persona che momentaneamente lo rappresenta.
Ma i simboli non bastano
Sarei disonesto se non dessi voce all’obiezione più seria. I simboli, da soli, non salvano nessuno. Possono diventare gusci vuoti, feticci esibiti da partiti che non rappresentano più niente. E la storia recente offre un controesempio scomodo: Emmanuel Macron ha vinto la presidenza francese nel 2017 con En Marche, un movimento fondato l’anno prima, deliberatamente costruito come non-simbolo — niente tradizione, niente iconografia, niente appartenenza, solo un nome e un volto.
Eppure proprio quel caso conferma, alla rovescia, la tesi di fondo. En Marche non è mai riuscito a diventare un luogo di dibattito autonomo: critici interni e osservatori gli hanno rimproverato di non aver mai costruito un corpus ideologico proprio, restando un contenitore “attrappe-tout”, buono per vincere ma incapace di durare oltre il suo fondatore. La vittoria del volto non si è tradotta in una comunità stabile.
C'è poi un caso, in Italia, che illumina la questione da un'altra angolazione: quello di Giorgia Meloni. A differenza dei partiti puramente personali, Fratelli d'Italia rivendica basi ideologiche dichiarate — una tradizione di destra nazional-conservatrice, con riferimenti netti alla nazione, alla patria, alla famiglia — che la leader non nasconde, ma pone anzi al centro della propria identità politica. È, in questo senso, l'esatto opposto del contenitore vuoto. Eppure anche qui emerge una crepa istruttiva. Pur restando saldamente il primo partito nei sondaggi — intorno al 28-29% a metà 2026 — il gradimento personale della premier resta tutt'altro che alto: nella rilevazione di Termometro Politico del giugno 2026 solo il 36,5% degli italiani dichiara di avere fiducia in lei, mentre il 54,2% dice di non averne. Il partito tiene; la fiducia nella persona è molto più fragile e divisiva. È la prova, in controluce, che la solidità di una comunità politica e la popolarità di un volto sono due cose diverse — e che la prima può reggere anche quando la seconda vacilla. O forse, mancano semplicemente avversari all’altezza.
È forse questa la vera sfida. Non inventare loghi più moderni, ma ritrovare simboli più profondi. Non costruire marchi elettorali, ma segni capaci di parlare alla memoria, all’immaginazione e alla speranza collettiva. Perché un partito senza simboli è solo un’organizzazione. Un leader senza una comunità simbolica alle spalle è solo una figura esposta al vento. E una democrazia senza immaginario politico rischia di diventare un’arena di volti, slogan e meteore.
Forse, allora, il futuro della politica non passa soltanto da nuovi programmi, nuovi leader o nuove piattaforme digitali. Passa anche dalla capacità di tornare a rappresentare qualcosa. Letteralmente: renderlo visibile.




Caro autore, ho letto il tuo pezzo sulle meteore, sui leader che salgono e scendono, sui simboli perduti e sulla nostalgia dei vecchi volantini.
E ammetto, è scritto bene, è argomentato, hai anche messo i numeri. Renzi al 40%, Salvini al 34%, oggi irrilevanti. I dati ci sono, non li discuto. Ma c'è un problema di fondo, e me lo permetto, stai guardando il dito e non la luna.
Tu dici che il problema è la personalizzazione, il leaderismo, il "partito persona" che si sostituisce al "partito idea". E dici che dovremmo tornare ai simboli, alla quercia, alla falce e martello, allo scudo crociato. Roba che conteneva storie, che parlava alla memoria collettiva, che durava oltre il singolo volto.
Ma secondo me, caro autore, non è che abbiamo scelto i leader al posto delle idee. È che le idee non le capiamo più. E non è colpa nostra. È che il mondo è cambiato, e tu questo non lo consideri affatto.
Dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Ottanta, la politica funzionava in un modo che oggi non esiste più. La gente andava a scuola, leggeva i giornali, andava al circolo, alla fabbrica, alla parrocchia. C'erano strutture, corpi intermedi, comunità fisiche dove le idee si sedimentavano, si discutevano, si tramandavano. L'ideologia non era una parola astratta, era un orizzonte culturale, un modo di stare al mondo, una mappa che ti diceva da dove vieni, chi sei e dove vuoi andare.
Su quella mappa ti posizionavi, e votavi. E il simbolo funzionava proprio perché c'era una comunità che lo interpretava. Oggi quella roba non c'è più. Oggi apri il telefono e in cinque secondi hai già cambiato tre notizie, quattro video, due opinioni.
Non hai il tempo di capire cosa hai appena letto che devi già passare alla prossima. L'attenzione non esiste più come risorsa. L'informazione non si assimila, si consuma. E poi si dimentica.
E allora, caro autore, come fai a chiedere alla gente di riconoscersi in un simbolo? In una quercia? In una falce e martello? Ma chi le ha mai viste, quelle cose? Chi gliele ha spiegate? Chi ha il tempo di spiegargliele?
Non è che le persone hanno scelto i leader al posto dei simboli. È che i simboli non parlano più a nessuno perché manca la cultura che li rendeva parlanti. E allora, in questo deserto, la gente cosa fa? Si aggrappa a quello che riesce ancora a riconoscere. Un volto. Una voce. Un uomo o una donna che parla forte, che dice cose semplici, che sembra sicura. Che incarna qualcosa, anche se quella cosa è solo un'emozione, un'ansia, una rabbia.
Ecco perché funzionano i leader. Ecco perché funziona Trump. Ecco perché qui da noi Renzi prima e Salvini dopo hanno preso percentuali che neanche la DC ai tempi d'oro. Non perché sono bravi. Ma perché nel vuoto totale, essere un volto è meglio di essere niente.
T
u parli di "partito persona" come se fosse una scelta, una deviazione sbagliata. Ma è una conseguenza, non una causa. È il sintomo di una malattia più profonda, la dissoluzione della cultura politica come orizzonte condiviso. Non abbiamo scelto i leader. Siamo finiti nei leader perché non c'era altro a cui aggrapparsi. E poi, scusa, tu dici "torniamo ai simboli" come se bastasse riportare la quercia sulla scheda elettorale. Ma un simbolo senza comunità che lo interpreta non è un simbolo, è solo un'immagine. È come attaccare un quadro in una stanza vuota: bello, ma non parla con nessuno.
E qui arrivo al punto che più mi preoccupa, e che nel tuo articolo non c'è. Non si torna indietro.
Non è che un giorno ci svegliamo e decidiamo di ricominciare a leggere, a discutere, ad andare ai circoli, a far parte di comunità di pensiero. Il mondo non funziona più così. L'informazione è accelerata, frammentata, emotiva, e lo sarà sempre di più.
I corpi intermedi sono morti e non resuscitano. La cultura condivisa si è sgretolata e non la ricostruisci con un manifesto ben disegnato. Quindi la domanda non è "come torniamo ai simboli?". La domanda è: come facciamo a stare in piedi in questo mondo senza che tutto crolli? E la risposta, secondo me, è brutta. Perché se continui così, se la politica è solo emozione, influencer, leader che si coalizzano attorno a un nemico, prima o poi succede una tragedia.
Una guerra. Un collasso economico. Una spaccatura sociale che non si ricompone più. E sarà talmente grande che la gente, disorientata, ferita, senza più punti di riferimento, sarà costretta a fermarsi e a chiedersi: "Ma dove stiamo andando?" E forse, e dico forse, è solo in quel momento che si potrà ricominciare a costruire qualcosa. Non con i vecchi simboli, che ormai sono archeologia. Ma con nuovi paradigmi, nuove narrazioni, nuovi modi di stare insieme, che nessuno oggi sa ancora immaginare.
Non è una bella prospettiva, lo so. Ma, a mio avviso, è più realista della tua. Perché tu parli di tornare ai volantini, ai disegni, alla grafica politica. E io ti capisco, eh. C'è anche in me un po' di nostalgia per quando le cose sembravano più solide, più pensate, più vere. Ma la nostalgia non è un programma politico.
La nostalgia è un lusso che ci possiamo permettere solo se viviamo in un mondo che esiste ancora. Ma quel mondo non esiste più. E non tornerà.
Quindi, caro autore, la domanda non è "perché i leader sono meteore?".
La domanda è: cosa facciamo quando l'ultima meteora sarà spenta e non resterà altro che il buio?
Perché quello, secondo me, è il vero problema. E finché continueremo a parlare di simboli e di volantini come se fossero la soluzione, quel buio si avvicinerà, senza che nessuno se ne accorga.
Daniele Prandelli
È certamente come dici, va detto che questo è un effetto della transizione dal proporzionale al maggioritario. Non dico che se tornassimoo al proporzionale risolveremmo i nostri guai, ma almeno andremmo nella direzione giusta di creare partiti con una identità e che rappresentano segmenti di società. Le alleanze post elettorali sulla base di una rappresentanza vera e con obbiettivi mediati sulla base del consenso reale