Caro autore, ho letto il tuo pezzo sulle meteore, sui leader che salgono e scendono, sui simboli perduti e sulla nostalgia dei vecchi volantini.
E ammetto, è scritto bene, è argomentato, hai anche messo i numeri. Renzi al 40%, Salvini al 34%, oggi irrilevanti. I dati ci sono, non li discuto. Ma c'è un problema di fondo, e me lo permetto, stai guardando il dito e non la luna.
Tu dici che il problema è la personalizzazione, il leaderismo, il "partito persona" che si sostituisce al "partito idea". E dici che dovremmo tornare ai simboli, alla quercia, alla falce e martello, allo scudo crociato. Roba che conteneva storie, che parlava alla memoria collettiva, che durava oltre il singolo volto.
Ma secondo me, caro autore, non è che abbiamo scelto i leader al posto delle idee. È che le idee non le capiamo più. E non è colpa nostra. È che il mondo è cambiato, e tu questo non lo consideri affatto.
Dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Ottanta, la politica funzionava in un modo che oggi non esiste più. La gente andava a scuola, leggeva i giornali, andava al circolo, alla fabbrica, alla parrocchia. C'erano strutture, corpi intermedi, comunità fisiche dove le idee si sedimentavano, si discutevano, si tramandavano. L'ideologia non era una parola astratta, era un orizzonte culturale, un modo di stare al mondo, una mappa che ti diceva da dove vieni, chi sei e dove vuoi andare.
Su quella mappa ti posizionavi, e votavi. E il simbolo funzionava proprio perché c'era una comunità che lo interpretava. Oggi quella roba non c'è più. Oggi apri il telefono e in cinque secondi hai già cambiato tre notizie, quattro video, due opinioni.
Non hai il tempo di capire cosa hai appena letto che devi già passare alla prossima. L'attenzione non esiste più come risorsa. L'informazione non si assimila, si consuma. E poi si dimentica.
E allora, caro autore, come fai a chiedere alla gente di riconoscersi in un simbolo? In una quercia? In una falce e martello? Ma chi le ha mai viste, quelle cose? Chi gliele ha spiegate? Chi ha il tempo di spiegargliele?
Non è che le persone hanno scelto i leader al posto dei simboli. È che i simboli non parlano più a nessuno perché manca la cultura che li rendeva parlanti. E allora, in questo deserto, la gente cosa fa? Si aggrappa a quello che riesce ancora a riconoscere. Un volto. Una voce. Un uomo o una donna che parla forte, che dice cose semplici, che sembra sicura. Che incarna qualcosa, anche se quella cosa è solo un'emozione, un'ansia, una rabbia.
Ecco perché funzionano i leader. Ecco perché funziona Trump. Ecco perché qui da noi Renzi prima e Salvini dopo hanno preso percentuali che neanche la DC ai tempi d'oro. Non perché sono bravi. Ma perché nel vuoto totale, essere un volto è meglio di essere niente.
T
u parli di "partito persona" come se fosse una scelta, una deviazione sbagliata. Ma è una conseguenza, non una causa. È il sintomo di una malattia più profonda, la dissoluzione della cultura politica come orizzonte condiviso. Non abbiamo scelto i leader. Siamo finiti nei leader perché non c'era altro a cui aggrapparsi. E poi, scusa, tu dici "torniamo ai simboli" come se bastasse riportare la quercia sulla scheda elettorale. Ma un simbolo senza comunità che lo interpreta non è un simbolo, è solo un'immagine. È come attaccare un quadro in una stanza vuota: bello, ma non parla con nessuno.
E qui arrivo al punto che più mi preoccupa, e che nel tuo articolo non c'è. Non si torna indietro.
Non è che un giorno ci svegliamo e decidiamo di ricominciare a leggere, a discutere, ad andare ai circoli, a far parte di comunità di pensiero. Il mondo non funziona più così. L'informazione è accelerata, frammentata, emotiva, e lo sarà sempre di più.
I corpi intermedi sono morti e non resuscitano. La cultura condivisa si è sgretolata e non la ricostruisci con un manifesto ben disegnato. Quindi la domanda non è "come torniamo ai simboli?". La domanda è: come facciamo a stare in piedi in questo mondo senza che tutto crolli? E la risposta, secondo me, è brutta. Perché se continui così, se la politica è solo emozione, influencer, leader che si coalizzano attorno a un nemico, prima o poi succede una tragedia.
Una guerra. Un collasso economico. Una spaccatura sociale che non si ricompone più. E sarà talmente grande che la gente, disorientata, ferita, senza più punti di riferimento, sarà costretta a fermarsi e a chiedersi: "Ma dove stiamo andando?" E forse, e dico forse, è solo in quel momento che si potrà ricominciare a costruire qualcosa. Non con i vecchi simboli, che ormai sono archeologia. Ma con nuovi paradigmi, nuove narrazioni, nuovi modi di stare insieme, che nessuno oggi sa ancora immaginare.
Non è una bella prospettiva, lo so. Ma, a mio avviso, è più realista della tua. Perché tu parli di tornare ai volantini, ai disegni, alla grafica politica. E io ti capisco, eh. C'è anche in me un po' di nostalgia per quando le cose sembravano più solide, più pensate, più vere. Ma la nostalgia non è un programma politico.
La nostalgia è un lusso che ci possiamo permettere solo se viviamo in un mondo che esiste ancora. Ma quel mondo non esiste più. E non tornerà.
Quindi, caro autore, la domanda non è "perché i leader sono meteore?".
La domanda è: cosa facciamo quando l'ultima meteora sarà spenta e non resterà altro che il buio?
Perché quello, secondo me, è il vero problema. E finché continueremo a parlare di simboli e di volantini come se fossero la soluzione, quel buio si avvicinerà, senza che nessuno se ne accorga.
Caro Daniele, nell'epoca dell'iper-esposizione ricevere un commento come il tuo, seppur critico, mi rincuora. Il punto non è il simbolo di per sé, il punto è costruire comunità partitiche che si riconoscano in un'idea che trascenda il leader. I simboli sono la conseguenza di questo. Ci sono altri modi di fare comunità e pensare ai vecchi corpi intermedi non ci porterà da nessuna parte. Io dico solamente: le persone senza le idee non sono nulla. Abituiamoci, nel discorso pubblico, a non aggrapparci solo ai leader ma a un'idea, a una visione, a un simbolo. Lasciamo stare ulivi, falci e via dicendo: servono certamente cose mai viste.
anzitutto scusa il; ritardo nella risposta, mi era sfuggita ed eccomi qui, ti ringrazio per la risposta, che è garbata e intelligente. Ma credo che tu stia facendo un passo che non ti è concesso: dal fatto che i vecchi corpi intermedi sono morti, tu concludi che bisogna ricostruirne di nuovi. Io ti dico che non è possibile, e non per pigrizia o nostalgia, ma per un motivo strutturale.
La società di oggi è atomizzata. Non è un'opinione, è un dato. Ogni individuo è un terminale autonomo, connesso a tutti e legato a nessuno. Su dieci candidati con dieci idee diverse ciascuno, ogni giorno si producono decine di possibili raggruppamenti, tutti instabili, tutti effimeri, tutti destinati a dissolversi nel giro di poche ore o di pochi giorni. Una volta le ideologie marcavano il solco e lo approfondivano, generazione dopo generazione. Oggi, se va bene, siamo milioni di denti di rastrello. E con il rastrello non scavi solchi: gratti la superficie, smuovi la polvere, e il giorno dopo è tutto come prima.
Mancano i principi. Mancano gli elementi costituenti, l'idrogeno e l'ossigeno che permettono all'acqua di esistere. Senza quegli elementi non c'è acqua, e senza principi condivisi non c'è comunità di pensiero, non c'è volontà univoca, non c'è nulla che unisca menti e voti in modo stabile. Puoi avere mille persone che la pensano allo stesso modo su un tema, ma se non condividono una visione del mondo, il giorno dopo si dividono su un altro tema e si disperdono. È la legge dell'atomizzazione: tante particelle, nessun legame.
E allora la politica si riduce a quello che vediamo. Governi che vivono del risultato dei sondaggi, dell'aver detto A anziché B, dell'ultima dichiarazione che cattura l'attenzione per dodici ore. È miserabile come prospettiva, lo so. Ma pensare che si possa ricostruire qualcosa è utopia. Non è che la ricostruzione sia difficile: è che nessuno ne sente il bisogno. Siamo tutti indipendenti, tutti padroni delle nostre scelte, tutti convinti di essere il centro del mondo. Lo sviluppo sociale e culturale ci ha portato qui, e non è un incidente di percorso: è il punto di arrivo.
Tu dici che servono cose mai viste. Sono d'accordo. Ma le cose mai viste non nascono dal nulla. Nascono da condizioni materiali e culturali che oggi non esistono. E non puoi fabbricarle a tavolino, perché non c'è il terreno, non c'è l'acqua, non ci sono gli elementi costituenti. Puoi disegnare il simbolo più bello del mondo, ma se manca la comunità che lo interpreta, resta un quadro in una stanza vuota.
(Su questo punto ti invito a leggere il mio Manifesto a questo indirizzo : https://manifesto.prandelliweb.com/ lo so e lo scrivo, e' un utopia e tale e' perche la realta odierna lo rende inattuabile, ma.... se fosse mai possibile?)
E qui ti faccio una domanda che non è retorica: scommettiamo che in Cina non avverrà? Là il partito controlla l'informazione, l'educazione, la cultura, i corpi intermedi. Là l'atomizzazione non è lasciata a se stessa, è gestita. Là possono ancora creare flussi di pensiero e di volontà, perché hanno i mezzi per farlo. Da noi no. Da noi l'atomizzazione è il prodotto naturale della libertà e del benessere, e nessuno rinuncia alla libertà e al benessere per ricostruire una comunità di senso.
Quindi la domanda non è "come ricostruiamo?". La domanda è: "come si governa un mondo che non si ricostruisce?". E la risposta, per ora, è quella che vediamo: si governa a vista, un sondaggio alla volta, un leader alla volta, una meteora alla volta. Fino a quando non succede qualcosa che ci costringe a fermarci. E quel qualcosa, temo, non sarà una rinascita. Sarà una frattura.
Non è una bella prospettiva. Ma è più realistica della tua.
È certamente come dici, va detto che questo è un effetto della transizione dal proporzionale al maggioritario. Non dico che se tornassimoo al proporzionale risolveremmo i nostri guai, ma almeno andremmo nella direzione giusta di creare partiti con una identità e che rappresentano segmenti di società. Le alleanze post elettorali sulla base di una rappresentanza vera e con obbiettivi mediati sulla base del consenso reale
Apprezzo la tua analisi Lucandrea, ma credo che la nostra società italiana abbia bisogno di un'alternanza di poli al potere per poter scaricare la tensione. Le alleanze post-elettorali tipiche del proporzionale aiutano certamente a stemperare le spinte estremiste, ma rendono la democrazia molto fragile e la sottopongono a una lentezza che forse non possiamo più permetterci.
Ho trovato molto interessante la riflessione sul leaderismo. Mi chiedo però se anche il simbolo non rischi, oggi, di diventare un punto d'arrivo anziché un punto di partenza. I grandi simboli politici del Novecento non erano forti solo perché evocavano una storia, ma perché sintetizzavano un sistema di valori e soprattutto un'idea precisa di futuro. Oggi forse non mancano soltanto i simboli: manca il progetto che dovrebbe dare loro significato. Se prima non torniamo a discutere del Paese che vogliamo costruire, temo che anche il simbolo più bello rischi di ridursi a un semplice marchio. Che ne pensa?
Caro autore, ho letto il tuo pezzo sulle meteore, sui leader che salgono e scendono, sui simboli perduti e sulla nostalgia dei vecchi volantini.
E ammetto, è scritto bene, è argomentato, hai anche messo i numeri. Renzi al 40%, Salvini al 34%, oggi irrilevanti. I dati ci sono, non li discuto. Ma c'è un problema di fondo, e me lo permetto, stai guardando il dito e non la luna.
Tu dici che il problema è la personalizzazione, il leaderismo, il "partito persona" che si sostituisce al "partito idea". E dici che dovremmo tornare ai simboli, alla quercia, alla falce e martello, allo scudo crociato. Roba che conteneva storie, che parlava alla memoria collettiva, che durava oltre il singolo volto.
Ma secondo me, caro autore, non è che abbiamo scelto i leader al posto delle idee. È che le idee non le capiamo più. E non è colpa nostra. È che il mondo è cambiato, e tu questo non lo consideri affatto.
Dalla fine dell'Ottocento fino agli anni Ottanta, la politica funzionava in un modo che oggi non esiste più. La gente andava a scuola, leggeva i giornali, andava al circolo, alla fabbrica, alla parrocchia. C'erano strutture, corpi intermedi, comunità fisiche dove le idee si sedimentavano, si discutevano, si tramandavano. L'ideologia non era una parola astratta, era un orizzonte culturale, un modo di stare al mondo, una mappa che ti diceva da dove vieni, chi sei e dove vuoi andare.
Su quella mappa ti posizionavi, e votavi. E il simbolo funzionava proprio perché c'era una comunità che lo interpretava. Oggi quella roba non c'è più. Oggi apri il telefono e in cinque secondi hai già cambiato tre notizie, quattro video, due opinioni.
Non hai il tempo di capire cosa hai appena letto che devi già passare alla prossima. L'attenzione non esiste più come risorsa. L'informazione non si assimila, si consuma. E poi si dimentica.
E allora, caro autore, come fai a chiedere alla gente di riconoscersi in un simbolo? In una quercia? In una falce e martello? Ma chi le ha mai viste, quelle cose? Chi gliele ha spiegate? Chi ha il tempo di spiegargliele?
Non è che le persone hanno scelto i leader al posto dei simboli. È che i simboli non parlano più a nessuno perché manca la cultura che li rendeva parlanti. E allora, in questo deserto, la gente cosa fa? Si aggrappa a quello che riesce ancora a riconoscere. Un volto. Una voce. Un uomo o una donna che parla forte, che dice cose semplici, che sembra sicura. Che incarna qualcosa, anche se quella cosa è solo un'emozione, un'ansia, una rabbia.
Ecco perché funzionano i leader. Ecco perché funziona Trump. Ecco perché qui da noi Renzi prima e Salvini dopo hanno preso percentuali che neanche la DC ai tempi d'oro. Non perché sono bravi. Ma perché nel vuoto totale, essere un volto è meglio di essere niente.
T
u parli di "partito persona" come se fosse una scelta, una deviazione sbagliata. Ma è una conseguenza, non una causa. È il sintomo di una malattia più profonda, la dissoluzione della cultura politica come orizzonte condiviso. Non abbiamo scelto i leader. Siamo finiti nei leader perché non c'era altro a cui aggrapparsi. E poi, scusa, tu dici "torniamo ai simboli" come se bastasse riportare la quercia sulla scheda elettorale. Ma un simbolo senza comunità che lo interpreta non è un simbolo, è solo un'immagine. È come attaccare un quadro in una stanza vuota: bello, ma non parla con nessuno.
E qui arrivo al punto che più mi preoccupa, e che nel tuo articolo non c'è. Non si torna indietro.
Non è che un giorno ci svegliamo e decidiamo di ricominciare a leggere, a discutere, ad andare ai circoli, a far parte di comunità di pensiero. Il mondo non funziona più così. L'informazione è accelerata, frammentata, emotiva, e lo sarà sempre di più.
I corpi intermedi sono morti e non resuscitano. La cultura condivisa si è sgretolata e non la ricostruisci con un manifesto ben disegnato. Quindi la domanda non è "come torniamo ai simboli?". La domanda è: come facciamo a stare in piedi in questo mondo senza che tutto crolli? E la risposta, secondo me, è brutta. Perché se continui così, se la politica è solo emozione, influencer, leader che si coalizzano attorno a un nemico, prima o poi succede una tragedia.
Una guerra. Un collasso economico. Una spaccatura sociale che non si ricompone più. E sarà talmente grande che la gente, disorientata, ferita, senza più punti di riferimento, sarà costretta a fermarsi e a chiedersi: "Ma dove stiamo andando?" E forse, e dico forse, è solo in quel momento che si potrà ricominciare a costruire qualcosa. Non con i vecchi simboli, che ormai sono archeologia. Ma con nuovi paradigmi, nuove narrazioni, nuovi modi di stare insieme, che nessuno oggi sa ancora immaginare.
Non è una bella prospettiva, lo so. Ma, a mio avviso, è più realista della tua. Perché tu parli di tornare ai volantini, ai disegni, alla grafica politica. E io ti capisco, eh. C'è anche in me un po' di nostalgia per quando le cose sembravano più solide, più pensate, più vere. Ma la nostalgia non è un programma politico.
La nostalgia è un lusso che ci possiamo permettere solo se viviamo in un mondo che esiste ancora. Ma quel mondo non esiste più. E non tornerà.
Quindi, caro autore, la domanda non è "perché i leader sono meteore?".
La domanda è: cosa facciamo quando l'ultima meteora sarà spenta e non resterà altro che il buio?
Perché quello, secondo me, è il vero problema. E finché continueremo a parlare di simboli e di volantini come se fossero la soluzione, quel buio si avvicinerà, senza che nessuno se ne accorga.
Daniele Prandelli
Caro Daniele, nell'epoca dell'iper-esposizione ricevere un commento come il tuo, seppur critico, mi rincuora. Il punto non è il simbolo di per sé, il punto è costruire comunità partitiche che si riconoscano in un'idea che trascenda il leader. I simboli sono la conseguenza di questo. Ci sono altri modi di fare comunità e pensare ai vecchi corpi intermedi non ci porterà da nessuna parte. Io dico solamente: le persone senza le idee non sono nulla. Abituiamoci, nel discorso pubblico, a non aggrapparci solo ai leader ma a un'idea, a una visione, a un simbolo. Lasciamo stare ulivi, falci e via dicendo: servono certamente cose mai viste.
Caro Niccolò,
anzitutto scusa il; ritardo nella risposta, mi era sfuggita ed eccomi qui, ti ringrazio per la risposta, che è garbata e intelligente. Ma credo che tu stia facendo un passo che non ti è concesso: dal fatto che i vecchi corpi intermedi sono morti, tu concludi che bisogna ricostruirne di nuovi. Io ti dico che non è possibile, e non per pigrizia o nostalgia, ma per un motivo strutturale.
La società di oggi è atomizzata. Non è un'opinione, è un dato. Ogni individuo è un terminale autonomo, connesso a tutti e legato a nessuno. Su dieci candidati con dieci idee diverse ciascuno, ogni giorno si producono decine di possibili raggruppamenti, tutti instabili, tutti effimeri, tutti destinati a dissolversi nel giro di poche ore o di pochi giorni. Una volta le ideologie marcavano il solco e lo approfondivano, generazione dopo generazione. Oggi, se va bene, siamo milioni di denti di rastrello. E con il rastrello non scavi solchi: gratti la superficie, smuovi la polvere, e il giorno dopo è tutto come prima.
Mancano i principi. Mancano gli elementi costituenti, l'idrogeno e l'ossigeno che permettono all'acqua di esistere. Senza quegli elementi non c'è acqua, e senza principi condivisi non c'è comunità di pensiero, non c'è volontà univoca, non c'è nulla che unisca menti e voti in modo stabile. Puoi avere mille persone che la pensano allo stesso modo su un tema, ma se non condividono una visione del mondo, il giorno dopo si dividono su un altro tema e si disperdono. È la legge dell'atomizzazione: tante particelle, nessun legame.
E allora la politica si riduce a quello che vediamo. Governi che vivono del risultato dei sondaggi, dell'aver detto A anziché B, dell'ultima dichiarazione che cattura l'attenzione per dodici ore. È miserabile come prospettiva, lo so. Ma pensare che si possa ricostruire qualcosa è utopia. Non è che la ricostruzione sia difficile: è che nessuno ne sente il bisogno. Siamo tutti indipendenti, tutti padroni delle nostre scelte, tutti convinti di essere il centro del mondo. Lo sviluppo sociale e culturale ci ha portato qui, e non è un incidente di percorso: è il punto di arrivo.
Tu dici che servono cose mai viste. Sono d'accordo. Ma le cose mai viste non nascono dal nulla. Nascono da condizioni materiali e culturali che oggi non esistono. E non puoi fabbricarle a tavolino, perché non c'è il terreno, non c'è l'acqua, non ci sono gli elementi costituenti. Puoi disegnare il simbolo più bello del mondo, ma se manca la comunità che lo interpreta, resta un quadro in una stanza vuota.
(Su questo punto ti invito a leggere il mio Manifesto a questo indirizzo : https://manifesto.prandelliweb.com/ lo so e lo scrivo, e' un utopia e tale e' perche la realta odierna lo rende inattuabile, ma.... se fosse mai possibile?)
E qui ti faccio una domanda che non è retorica: scommettiamo che in Cina non avverrà? Là il partito controlla l'informazione, l'educazione, la cultura, i corpi intermedi. Là l'atomizzazione non è lasciata a se stessa, è gestita. Là possono ancora creare flussi di pensiero e di volontà, perché hanno i mezzi per farlo. Da noi no. Da noi l'atomizzazione è il prodotto naturale della libertà e del benessere, e nessuno rinuncia alla libertà e al benessere per ricostruire una comunità di senso.
Quindi la domanda non è "come ricostruiamo?". La domanda è: "come si governa un mondo che non si ricostruisce?". E la risposta, per ora, è quella che vediamo: si governa a vista, un sondaggio alla volta, un leader alla volta, una meteora alla volta. Fino a quando non succede qualcosa che ci costringe a fermarci. E quel qualcosa, temo, non sarà una rinascita. Sarà una frattura.
Non è una bella prospettiva. Ma è più realistica della tua.
Daniele
È certamente come dici, va detto che questo è un effetto della transizione dal proporzionale al maggioritario. Non dico che se tornassimoo al proporzionale risolveremmo i nostri guai, ma almeno andremmo nella direzione giusta di creare partiti con una identità e che rappresentano segmenti di società. Le alleanze post elettorali sulla base di una rappresentanza vera e con obbiettivi mediati sulla base del consenso reale
Apprezzo la tua analisi Lucandrea, ma credo che la nostra società italiana abbia bisogno di un'alternanza di poli al potere per poter scaricare la tensione. Le alleanze post-elettorali tipiche del proporzionale aiutano certamente a stemperare le spinte estremiste, ma rendono la democrazia molto fragile e la sottopongono a una lentezza che forse non possiamo più permetterci.
Mi pare che la lentezza nelle decisioni non sia stata minimamente messa in pericolo da 30 anni di maggioritario e da coalizioni pre-elettorali. Anzi.
Ho trovato molto interessante la riflessione sul leaderismo. Mi chiedo però se anche il simbolo non rischi, oggi, di diventare un punto d'arrivo anziché un punto di partenza. I grandi simboli politici del Novecento non erano forti solo perché evocavano una storia, ma perché sintetizzavano un sistema di valori e soprattutto un'idea precisa di futuro. Oggi forse non mancano soltanto i simboli: manca il progetto che dovrebbe dare loro significato. Se prima non torniamo a discutere del Paese che vogliamo costruire, temo che anche il simbolo più bello rischi di ridursi a un semplice marchio. Che ne pensa?